Fuori dalla comfort zone
5 Gen, 2022 - Comfort zone
6 minuti di lettura
Irlanda, Dublino 2013 D.C.
Beh, questa che vedete nell’illustrazione* rappresenta me nel 2013 con indosso il dress code aziendale (capo d’abbigliamento completo richiesto dall’azienda per cui lavoravo all’epoca) dotato però dell’espansione comodità, ovvero: le orribili scarpe da tennis. Come potete notare non le ho chiamate sneakers, perché nel lontano 2013 non erano ancora diventate le calzature alla moda che oggigiorno si indossano praticamente su tutto – serate chic comprese. Quelle che intendo io, e che vedete nel disegno*, sono proprio quelle da GINNASTICA che hanno senso solo con indosso una tuta acetata.
* Non siete pazzi, non c’è nessuna illustrazione e/o disegno,
ci ho provato a farla ma non sono in grado.
PERDONO! Usate l’immaginazione…
Ogni mattina abbinavo queste indicibili scarpe dal colore sgargiante ad eleganti tailleur o abitini che perlomeno esigevano un modesto tacchetto – e un colore più discreto – per non risultare ridicoli.
Pensavo che non si potesse cadere più in basso dei turisti tedeschi in vacanza in Sicilia che con orgoglio sfoggiavano estate dopo estate le inenarrabili calze di spugna bianche insieme ai sandali.
Però io, modestamente, c’ero riuscita, avevo fatto di peggio. Perpetrai questo scempio giorno dopo giorno per un anno.
Vi assicuro che questo delitto quotidiano dello stile era necessario e indispensabile perché mi trovavo nel delicato momento della vita in cui provavo ad uscire dalla mia comfort zone, ma non sapendo bene né come o cosa fare di preciso né tantomeno dove andare mi ritrovavo spesso a improvvisare. L’arte dell’improvvisazione, però, se non gestita bene porta al caos o comunque a scelte di fatto molto opinabili, la mia vera specialità.
Se a tutto ciò aggiungiamo il buio della precarietà e un pizzico di incertezza tipica della mia generazione, questo delicato periodo di passaggio può trasformarsi in una sorta di challenge del terrore o roulette russa in cui ti ritrovi sempre incazzata perché ad ogni passo che fai è sempre peggio e comunque imperterrita non ti fermi, rincari la dose solo per il gusto di vedere cosa succede.
Insano? Certo.
Di sicuro esistono persone che riescono a gestire in maniera più dignitosa questo passaggio infernale, che si orientano meglio ma questo, ahimè, non è mai stato il mio caso.
Quest’avvincente uscita dalla comfort zone, obiettivo principale del mio soggiorno in Irlanda, era stata camuffata così da poterla adattare meglio al mio vissuto. Infatti, la versione ufficiale era: vado a Dublino per migliorare l’inglese, devo assolutamente acquisire quella fluency tanto richiesta dalle aziende e dal mondo del lavoro. Mamma mi servirà di sicuro, è necessario! E poi già che ci sono mi trovo un lavoretto.
Tanto le mie finanze erano limitate. Con i risparmi potevo sopravvivere un mese massimo nutrendomi di soli e gustosissimi instant noodles e fiocchi d’avena gentilmente offerti dall’ostello in cui vivevo.
Come fu, come non fu 2 settimane dopo il mio arrivo nella città della Guinness fui assunta in un’azienda fuori città nel reparto amministrativo. WHAT?!?!
Gli uffici si trovavano un po’ fuori città e per arrivarci dovevo svegliarmi alle 5:45. Inoltre, per raggiungere l’azienda dall’ostello dovevo prendere 2 mezzi. L’ultimo autobus mi lasciava a circa 20 minuti dall’edificio.
Potete immaginare da soli che coprire ogni giorno tali distanze sui tacchi era alquanto improponibile per una come me capace di cadere anche con le babbucce.
La risposta era una e una soltanto: rivalutare i brutti – ma comodi – calzari blu elettrico.
Non c’era altro modo per andare veloce e scongiurare qualsiasi infortunio, le scarpe ginniche brutte brutte erano l’unico modo per arrivare in ufficio in tempo e con le caviglie intere.
D’altra parte, non appena arrivata a destinazione, alle 7:30 circa, potevo godere di altri 30 minuti prima che arrivassero i colleghi.
Eh già! Arrivavo in ufficio ogni giorno mezz’ora prima non per stacanovismo ma perché:
Ahó, questa è la dura legge di chi viaggia in sella ai trasporti pubblici.
Solidarietà a tutti voi/noi.
Siamo una grande famiglia e mi rincuora il fatto che stiamo già scontando parte delle nostre pene, qualunque esse siano, già sulla Terra rincorrendo tabelloni, pensiline e sottopassi.
Dicevo, quella mezz’ora – così come le scarpe da ginnastica – era la mia salvezza. Finalmente potevo porre rimedio a diverse oscenità: via le calzature anti sesso e su i tacchetti sobri ma carini che matchavano con il tailleur, due schiaffetti decisi, un po’ di trucco et voilà, presentabile al mondo nuovamente!
Sono consapevole che questo dramma che mi consumava internamente passava completamente inosservato agli occhi degli irlandesi e delle irlandesi che frequentavo.
Gli irlandesi, sono un popolo che amo ma posso affermare con cognizione di causa che sono totalmente immuni allo stile. Sono sempre a loro agio con tutto.
Una volta in banca ho visto una tizia presentarsi al desk con il pigiama integrale. Non so se avete presente, ma mi riferisco a quei pigiamoni unici a forma di unicorno, tigrotto o dinosauro.
Lo giuro, non è uno scherzo.
Potevano indossare gli abbinamenti più strani e orribili ma erano così a loro agio che tutto aveva un senso.
N.B. Io li ammiro, davvero, ma non posso farlo, è più forte di me. Solo i corrieri che mi consegnano i pacchi possono assistere a certi spettacoli orripilanti, solo a loro riservo questo privilegio!
La verità è che gli irlandesi erano sempre bellissimi.
Provate a immaginare cosa poteva significare per me questo. Da una parte loro, belli anche in tuta e dall’altra io: tratti mediterranei, forma a pera contenuta in 160 cm con lo scompiglio alimentare che mi aveva fatto prendere 6 kg in un mese, le gambette corte e scarpe ai piedi che non aiutavano per niente a slanciare la mia figura. Praticamente un leprechaun, che, per rimanere in tema è una sorta di gnomo tipico del folklore e della mitologia irlandesi (Fonte Wikipedia).
Fu un forte impatto culturale, magico per certi versi, incoraggiante e allo stesso tempo crudele se considero la somiglianza con i loro folletti.
Ma ero lì, la comfort zone ormai lontana, e non mi rimaneva che vivere nel miglior modo possibile questa integrazione fatta di scarpe da ginnastica, sidro e shampoo a secco – fino a quel momento neanche concepito per lavare il mio cagnolone Rudy.
A parte qualche caduta di stile dettata dalle necessità e nuove usanze acquisite, passare un anno in Irlanda è stato per me un gran bel momento. In fin dei conti, quando il popolo che ti ospita è così gentile e premuroso con te, tutto diventa immensamente più semplice e impari che abbandonare la tua comfort zone significa soltanto trovarne un’altra o allargare quella che ritenevi l’unica fino a quel momento.
Ultima nota simpatica a proposito di scarpe e cose irlandesi in questo mio post:
Su Wikipedia ho trovato diverse teorie sull’etimologia del nome leprachaun e ovviamente mi è subito saltato all’occhio questa qui:
L’Oxford English Dictionary lo fa derivare da leath bhrógan, cioè “ciabattino”, perché queste creature sono spesso rappresentate nell’atto di riparare scarpe e sono considerate “calzolai fatati” d’Irlanda.
A volte vedi quanto sono strane le coincidenze, vi giuro che l’ho scoperto solo quando stavo pubblicando l’articolo. Ciao!
4 di risposte
Leggere la tua storia vera è piacevole e rilassante!sei bravissima!leggerei per ore!
La mia fan numero 1 dal 1987!
Simpaticissima! Chi più di me può capirti nel trovare gente vestita nei modi più disparati in giro per la città 🤣 Tanti momenti esilaranti, grasse risate ma soprattutto ricordi “unici” che ritraggono una terra e stili di vita diversi dalla propria! Non si smette mai di stupirsi ma è proprio quello il bello 😁
Sono contenta e mi manca tanto! Spero di rivivere queste avventure prestissimo ❤️😘 chissà magari inauguro una rubrica dedicata ai momenti esilaranti in giro per il mondo e tu mi racconterai le tue!!!